Futuro
Petrolio, tre indizi fanno una prova?
Gli sherpa delle compagnie petrolifere concessionarie dei giacimenti di petrolio in Basilicata da tempo avevano spiegato “a chi di dovere” che era arrivato il momento di accelerare sulle autorizzazioni per le nuove estrazioni: i quantitativi di greggio estratto dalle attuali postazioni sta flettendo.
Argomenti non nuovi: da anni i numeri hanno mandato segnali: ne ho scritto qui, nell’agosto del 2023.
La concessione della Val d’Agri (60% Eni operatore, 40% Shell) nel 2025 era al 36% del massimo raggiunto nel 2005 (11,2 milioni contro 31,2 milioni di barili).
Quella di Tempa Rossa (50% Total Energies operatore, Shell 25% e Mitsui E&P Italia 25%) nel 2025 ha interrotto la sua corsa al rialzo cultimata nel record del 2024 ed ha estratto l’85% dell’anno precedente (12,5 contro 15 miloni di barili).
Rispetto all’anno record di estrazioni della Basilicata il 2020, il 2025 si è fermato al 74,6%.
Questi numeri ridisegnano anche i rapporti tra i due giacimenti: dal 2023 è Tempa Rossa ad estrarre più olio rispetto alla Val d’Agri.
Cosa sta succedendo?
Agli inizi di settembre del 2025 nella homepage del sito “Eni in Basilicata” compare
Eni informa che dal 1996 al 1° luglio 2024 – insieme a Shell – ha versato alla Basilicata 2,4 miliardi di royalties
In un ambiente – quello del petrolio e delle compagnie molto felpato dove l’interpretazione dei segni è più complesso che altro – un’informazione così diretta vale una messa in mora.
Provando a tradurre: attenzione i vostri bilanci (Regione e Comuni interessati) dipendono ormai dalle royalties, le postazioni attuali vanno verso l’esaurimento, l’olio c’è, servono altre postazioni.
L’informazione resta visibile qualche tempo, poi viene rimossa e resta all’interno. Il messaggio deve dunque essere arrivato.
Ma non deve essere stato sufficiente.
Lunedì 13 aprile 2026 scende in campo João Santos Rosa, ceo di Shell Italia E&P e country chair di Shell in Italia. La sua è una posizione particolare, molto interessante: ha quote in entrambe le concessioni, ma non ha l’onere di essere l’operatore. Ha più spazi di manovra. E, implicitamente, può parlare per tutti senza impegnare nessuno.
In un’intervista ad Affari & Finanza, il supplemento economico-finanziario della Repubblica spiega:
Il paradosso italiano è che le risorse ci sono: “Parliamo di milioni di barili equivalenti tra petrolio e gas, distribuiti tra Basilicata, Adriatico e Sicilia: aree già oggetto di concessioni e altre ancora inesplorate”.
Il caso più emblematico è la Basilicata. In Val d’Agri e a Tempa Rossa le infrastrutture sono state progettate per livelli ben superiori agli attuali. “La Val d’Agri per circa 120 mila barili al giorno, Tempa Rossa per circa 50 mila. Oggi produciamo meno della metà”, ammette Santos. “Se non continui a investire e a sbloccare nuove risorse, la produzione cala in modo naturale del 15% l’anno”.
“Il declino mette a rischio le opportunità di investimento, le royalties, le compensazioni ambientali e l’indotto sul territorio”, avverte Santos
“Per mantenere la produzione, e poi ottimizzarla, servono investimenti maggiori. L’industria potrebbe raddoppiarli o triplicarli, a patto che cambi il contesto”. I nodi restano autorizzazioni, tempi e regole certe. “È difficile pianificare investimenti capital intensive di lungo periodo in un sistema in cui le decisioni arrivano anche dopo dieci anni, o non arrivano affatto. In altri Paesi, come Norvegia o Stati Uniti, ottieni un’autorizzazione in sei mesi e produci in diciotto”.
“Procedure frammentate, passaggi multipli, competenze distribuite tra più enti: quello italiano è un sistema che non è stato progettato per sostenere uno sviluppo industriale”. Il Paese è davanti a un bivio. “Deve decidere se vuole o no la produzione nazionale. Se la risposta è positiva, deve costruire un sistema che dia risposte in tempi certi”.
“Quando parlo con Londra dell’Italia, dico che qui ci sono operatori di classe mondiale, tecnologia, vantaggi competitivi reali. Ma anche un sistema amministrativo che rallenta tutto. Per la competitività del Paese, così come per questa industria, i veri nemici sono la burocrazia e i tempi”.
Non finisce qua.
Il 15 aprile il quotidiano Milano Finanza apre l’edizione con “Più petrolio made in Italy”, “Eni e Shell spingono sulla Basilicata: Dalla regione arriva l’85% del greggio e il 30% del gas prodotti nel Paese. Il raddoppio a 80 mila barili al giorno in Val d’Agri può essere agevolato dai nuovi iter autorizzativi”.
Il titolo rimanda a un articolo di 40/45 righi a pagina 9: chi sa come funziona un giornale intende di cosa si tratta.
L’articolo spiega che la produzione è in declino “senza cioè il contributo di nuovi pozzi. Se ne venissero autorizzati, per il ceo di Shell Italia, Joao Santos Rosa, Val d’Agri potrebbe raddoppiare la produzione, passando quindi dagli attuali 40 mila agli 80 mila barili equivalenti al giorno, dal momento che le concessioni esistenti producono oggi ben al di sotto della metà dei volumi autorizzati e stimati”.
E poi chiosa l’articolo “Il problema è che, sebbene il quadro autorizzativo sia leggermente cambiato a seguito delle ultime norme, che tendono a semplificare una parte dell’iter come prevedono il decreto Bollette e Gas Release, la conseguente riduzione dei tempi di realizzazione è ancora in fase di analisi sulla base dei criteri di applicabilità”.
Tre messaggi a chi? A via Verrastro probabilmente. Dove nel frattempo – con un certo tempismo che potrebbe anche lasciare adito a interpretazioni non convenzionali – l’assessore all’Agricoltura, Carmine Cicala, per la prima volta nella storia della Basilicata in giunta fa registrare – via pec – il suo voto “non favorevole” al bilancio di previsione 2026.
Parla di metodo e di pochi fondi destinati al suo settore l’agricoltura.
Cicala insieme al fratello Amedeo, sindaco di Viggiano, sono gli “uomini forti” della Val d’Agri e portano a spasso il loro nutrito pacchetto di voti: prima nel Pd (area larga Pittella), poi nella Lega e, quindi, a Fdi.
Un passaggio quello avvenuto nella Lega, benedetto da Salvini in persona e garantito dal, all’epoca, potentissimo viceministro Rixi. Politico di peso, Amedeo Cicala, tanto da essere nominato – per il triennio 2025-2027 – consigliere di amministrazione di Autostrade per l’Italia. Poi – via Lollobrigida – i due fratelli sono approdati a Fratelli d’Italia e Carlo è passato dalla Presidenza del Consiglio Regionale, molto prestigiosa ma con poco portafoglio, all’assessorato all’Agricoltura, ben più generoso anche se ben più problematico.
Viggiano è il comune italiano che riceve più royalties dalle estrazioni di gas e petrolio: dall’inizio delle estrazioni intorno a 200 milioni di euro, solo nel 2025 (ultimo anno di contabilizzazione 2024) 7,9 milioni e non è stato un anno buono!
Un comune curato, che si presenta all’osservatore con le migliori credenziali: è palese l’esistenza di un piano colore, le strade sono pulite e ordinate: l’impressione è quella di una certa diffusa opulenza. Belle infrastrutture sociali. Una piccola Austin o per dirla con alcuni è Cicaland.
E se la mossa di Cicala assessore, invece, che causata dall’agricoltura fosse un segnale – il quarto e dal mondo politico più sensibile al petrolio – sul futuro delle estrazioni?
Una mossa ardita, ma non priva di grammatica. Anche perchè finora delle trattative per le nuove estrazioni si dice solo che siano seguite direttamente dal Governatore Bardi e da pochi strettissimi e muti collaboratori, cosa abbastanza scontata vista la delicatezza della materia e la rilevanza delle royalties sul bilancio.
Nel 2026 su 1.562 milioni di entrate previste nel bilancio, il 15% (233 milioni) arrivano dalle royalties e praticamente (considerata la struttura contabile e il peso delle risorse vioncolate, tipo la sanità) mantengono in piedi la Regione Basilicata compresa la “Transizione Verde e Green Economy” finanziata con la generosa cifra di 323,27 euro (Capitolo di spesa U26510).
