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I paradossi del petrolio lucano: esportazioni e la benzina più cara d’Italia

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(Pubblicato su Il Mattino l’8 aprile 2026)

Due giacimenti di petrolio, i più grandi d’Europa on shore, cioè sulla terra ferma, e i prezzi ai distributori della benzina (self) stabilmente i più alti d’Italia (in condivisione con la provincia autonoma di Bolzano).

(me ne ero occupato qualche tempo fa qui)

Un paradosso. A cui se ne aggiunge un altro: parte del petrolio viene esportato!

LA STORIA

Il petrolio in Basilicata ha una storia lunga e visibile: a Tramutola, in provincia di Potenza, il petrolio affiora da solo! Non c’è bisogno di far lavorare la fantasia: da metà dell’Ottocento in un torrente tra i boschi sono evidenti affioramenti spontanei. Certo non è come ce li si immagina, ma è petrolio. Negli anni Venti del ‘900 cominciarono le prime perforazioni a profondità molto modeste, non più di 200 metri. Ma prima la tecnologia non particolarmente performante, poi la guerra portò all’abbandono di quei primi 47 pozzi.

Con la crisi petrolifera degli anni ‘70, l’Agip ha ripreso le ricerche che hanno portato alla scoperta del giacimento della Val d’Agri che inizialmente era valutato con riserve per 480 milioni di barili. La concessione – totalmente in provincia di Potenza – fu assegnata negli anni ‘90 all’Eni (operatore con il 60 per cento) e alla Shell (40 per cento): con gli accordi del 1998 il progetto è diventato esecutivo. Eni ha costruito a Viggiano (Potenza) un centro oli che riceve il petrolio dai 21 pozzi in produzione e lo separa da acqua e gas inviando il greggio alla raffineria di Taranto attraverso un oleodotto. Attualmente la produzione oscilla tra 31 e 36 mila barili al giorno.

L’altro giacimento, scoperto nel 1989, Tempa Rossa, tra le valli del Camastra e del Sauro tra le province di Potenza e Matera, è in concessione alla Total Energies (operatore, 50 per cento) e per quote identiche (25 per cento) alla Shell e alla Mitsui E&P Italia. Produce tra 23mila e 30mila barili al giorno che vengono preparati in un centro oli a Corleto Perticara (Potenza) e poi inviati alla raffineria Eni di Taranto attraverso l’oleodotto della Val d’Agri (il petrolio dei due giacimenti transita con il semaforo: avendo caratteristiche diverse non si può mettere insieme come invece succede, per esempio, con il trasporto dell’energia).

BARILI IN VIAGGIO

Proprio nella diversa titolarità della concessione si decide il destino del petrolio: se l’Eni raffina nella sua raffineria di Taranto, non così fanno – almeno in parte – le altre tre società titolari delle due concessioni. E, quindi, il petrolio lucano finisce all’estero: nel 2025 ne è stato esportato per 111 milioni di euro (+5,6%; +5,9 milioni rispetto al 2024). 18,1 milioni sono stati spediti in Germania e 92,9 in Spagna. Negli anni precedenti quote di olio erano state esportate in Bulgaria e Francia.

Si tratta di quantitativi minimi rispetto ai consumi italiani (ne abbiamo importato nel 2025 per 45,3 miliardi, ma nel 2022 colpa dell’aggressione russa all’Ucraina eravamo arrivati a oltre 106 miliardi di euro) ma pur sempre sono esportazioni.

Entrambi i giacimenti lucani comunque assicurano una quota tra il 7 e l’otto per cento. La Basilicata è inoltre interessata da altri due importanti permesso di ricerca che entrambi riguardano lo stesso capoluogo Potenza. Il “Serra San Bernando” (titolari Eni, Total Energies e Rockhopper Civita Ltd) che si estende su 268,56 chilometri quadrati e l’“Anzi”, (il titolare è l’Eni) e interessa oltre 117 chilometri quadrati in sette comuni.

Entrambi erano stati fermati con l’adozione del Piano per la transizione energetica sostenibile delle aree idonee (PiTESAI) poi annullato dalla giustizia amministrativa.

CARO CARBURANTI

E veniamo al secondo paradosso. La benzina (self) più cara (dati Mimit 7 aprile)  d’Italia è in due regioni: la Basilicata e a Bolzano pagano 1,806 al litro. Il Veneto è la regione dove si paga meno 1,770.

Com’è possibile che la regione da cui si estrae il petrolio paga di più la benzina?

Il maggiore costo sarebbe determinato da due fattori: la frammentazione della rete dei distributori (molti e con poco venduto) e la distanza dalle raffinerie (ma Taranto è sul confine con la regione).

La rete dei carburanti è stata già falcidiata negli anni scorsi e molti paesi (anche quelli con celebri attrazioni turistiche) non ne hanno e spesso il primo distributore è lontano.

Poi c’è la questione dei listini praticati dalle compagnie petrolifere. Perché le compagnie hanno listini con prezzi diversi per microaree: cioè gruppi di comuni e, quindi, può capitare che nel giro di pochi chilometri ci possano essere anche variazioni significative (sempre nell’ordine di 5-10 centesimi).

Ma in realtà è tutto molto curioso: altre regioni che stanno messe peggio sia come localizzazione delle raffinerie, sia per l’orografia e lì i carburanti costano meno.