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Futuro

Mario dall’Angola a Montemurro: “Facciamo chiesa con il karate (che avvicina a Dio)” e non lascia soli i ragazzi

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(Pubblicato su Il Mattino il 27 marzo 2026)

Storia tiranna, storia generosa. Montemurro nel cuore dell’appennino, poco più di mille abitanti nella Val d’Agri, il mini-Texas d’Italia (forse l’unico posto oltre l’Opec dove si guarda con compiacimento all’aumento del prezzo del greggio che qui, estratto dall’Eni e dalla Shell, produce un po’ di royalties).
Storia tiranna: il terremoto di magnitudo 7.1 del 1857 (evento dal quale nacque, con le osservazioni del geologo irlandese, la moderna sismologia) con epicentro localizzato nel paese causò tra 3 e 4mila morti dimezzandone la popolazione e avviandone il declino.
Storia tiranna: una frana portò via parte del paese nel 1907 dando un altro colpo alla comunità.
Storia tiranna: negli anni ‘60 del ‘900 i terreni fertili della valle finirono nell’area dell’invaso del Pertusillo (le cui acqua alimentano le reti dell’Acquedotto Pugliese appunto in Puglia) e dopo aver dato per qualche anno un po’ lavoro spinsero una nuova ondata di immigrazione.
Storia generosa: il montemurrese Giacinto Albini guidò l’insurrezione della Basilicata dai Borboni facendo trovare la regione già libera all’arrivo di Garibaldi.
Storia generosa: qui è nato il poeta ingegnere Leonardo Sinisgalli che ai laboratori e alla fisica di Fermi preferì la letteratura e inventò la moderna comunicazione aziendale di Pirelli, Finmeccanica ed Eni, fondò la rivista Civiltà delle Macchine e più volte sfiorò il Nobel (collaborò anche con Il Mattino).
Oggi la Fondazione Sinisgalli ne tiene viva la memoria con una possente e qualificata attività editoriale e mostre in giro per l’Italia (L’ultima a San Donato Milanese, storico quartier generale dell’Eni dedicata “Il Cane a sei zampe e Leonardo Sinisgalli. Creatività e cultura nella storia della comunicazione di Eni”).
Qui due fondazioni, quella dedicata a Sinisgalli (un cui nipote, Piero Lacorazza, è consigliere regionale della Basilicata) e la Fondazione Appennino (il cui ultimo premio, tra gli altri, è stato assegnato al vescovo di Benevento, da qualche giorno ad Assisi, Felice Accrocca, autore del documento della Cei sullo spopolamento delle aree interne, e al sindaco di Napoli e presidente dell’Anci, Gaetano Manfredi) ogni giorno fanno della cultura il baluardo più possente della resilienza contro il declino delle aree interne.
E dunque in un paese il cui sindaco, Senatro (il nome non comune è quello di un monaco siciliano basiliano approdato in Lucania per sfuggire alle persecuzioni dei Saraceni) Di Leo è un ricercatore dell’Istituto di Metodologie per l’Analisi Ambientale del Cnr, non è assolutamente sorprendente che il parroco sia un sacerdote angolano, don Antonio Mario, con 5 cinque lauree, un dottorato, sei lingue parlate, sesto dan di karate e un sorriso contagioso e costante che lascia un senso di serenità. E che ai ragazzi (“Facciamo Chiesa con il karate”) insegni l’arte “della via della mano vuota”.

L’UNIONE SOVIETICA
Don Antonio (“ma va bene don Mario, così mi chiamano tutti”) era destinato nell’Angola satellite dell’Unione Sovietica a studiare medicina a Mosca (“finite le scuole mi fecero riempire un modello, ma dovevi indicare tutte le preferenze, poi decidevano loro”). E così rassegnato, ma non convinto, attendeva il suo turno coltivando karate e pesca.

“Un giorno stavo andando a pescare nel fiume vicino la mia città Ganda, passavo vicino la chiesa retta da un sacerdote svizzero e sentii una forte attrazione: c’era la commissione del seminario per selezionare i seminaristi. Lasciai fuori la canna da pesca ed entrai. Il giorno dopo c’era l’esame di ammissione. Mai letto nulla, quella notte divorai un libro, si chiamava Pregare con la vita. Feci l’esame ma pensavo proprio di non farcela”.

Invece. “Invece su 40 esaminandi fui il solo ammesso”.

Comincia la nuova vita di Antonio Mario. Una vita tra le difficoltà di un paese che finita la “guerra fredda” si trova avviluppato in quella calda (per la verità già cominciata prima con le varie fazioni armate da Urss e Usa): e anche il seminario di don Mario si trova al centro dei combattimenti. Una bomba sganciata da un Mig finisce nel cortile ma non esplode.

“La mano del Signore”, invoca il sacerdote. “Oggi non sarei qui”. Dura la guerra, non meno il dopoguerra con i profughi. A questi il vescovo di Benguela chiede a don Mario di attendere. Una scuola di pragmatismo e di umiltà per il giovane sacerdote che continua sia lo studio religioso, sia la curiosità sul mondo. E ovviamente la cura del karate.
Nel 2008 il trasferimento in Italia e l’arrivo nella parrocchia di Grassano scalo, il paese del materano che fu il primo approdo in Basilicata dell’esilio di Carlo Levi. Di qui le successive esperienze a Tursi, Teana, Stigliano, Oliveto Lucano, Sant’Arcangelo. Qui don Mario conosce Vincenzo D’Onofrio uno dei protagonisti del karate italiano e padre di tre campioni Francesco, Terryana e Orsola. Poi approda a Montemurro.

“A Oliveto Lucano – racconta mostrando una lettera commovente di un gruppo di ragazzi – avevo già cominciato ad allenare perché l’evangelizzazione deve uscire dalle parrocchie e andare nei luoghi dei giovani”.

E così a Montemurro. Dove è arrivato a ottobre 2023 ed è stato accolto dalla banda musicale!

E’ una giornata lunga quella del sacerdote: sveglia alle 5.30: liturgia delle ore, poi allenamento e via con le visite ad anziani e ammalati. Poi le incombenze della parrocchia. Alle 17.30 la celebrazione della Messa.

E due volte la settimana l’allenamento. Nella palestra della scuola del piccolo comune, don Mario allena piccoli e grandi. Li raccoglie – i piccoli, ometti con il bianco karategi d’ordinanza di 4 e 5 anni in moto perenne – che vengono calamitati dalle gesta del sacerdote karateka e lo seguono come pulcini e quando qualcuno non ha grande voglia lui se lo va a convincere, sempre con il sorriso. Ordina i più grandi che lo seguono – lui omone ma con una elasticità incredibile – in una specie di danza sincronizzata. Ordini nel linguaggio del karate. E inchini.

”Il karate ci avvicina a Dio – spiega – con la meditazione e la concentrazione: capisci il Mistero, approfondisci la riflessione. E poi per i ragazzi è una scuola di vita: il karate educa al rispetto, rafforza la personalità, migliora il rapporto con il proprio corpo. E avvicina al cielo”.

Al cielo? “Certo! C’è un kata (un esercizio che rappresenta un combattimento reale contro più avversari immaginari, nda) il Kanku-dai, che collega terra e cielo! Quale mezzo più potente per rivolgersi a Dio?”.