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Natuzzi, la crisi viene da lontano e odora di arroganza
La crisi di Natuzzi è di strategia con errori che si sono ripetuti negli anni e di arroganza prolungata nel tempo.
L’imbottito del 2026 non è l’imbottito della conquista dei mercati mondiali degli anni ’90. Così come il mercato dell’auto di oggi non è quello degli anni ’90: capacità produttive di allora non hanno più senso e non ci sarà recupero di quei volumi nel futuro.
E’ cambiato il mondo, sono cambiate le priorità, le convivenze stabili sono in diminuzione (e quindi anche l’arredamento delle case è più leggero), in Italia i salari languono e il reddito disponibile è insufficiente per bisogni non primari, gli Usa con i dazi variabili generano incertezza, la Cina è piena di ostacoli, il medio oriente da Eden si è trasformato in inferno.
Nessuna azienda dell’imbottito in Italia ha la capacità produttiva diretta di Natuzzi: chi ha volumi simili è organizzato in maniera “stellare”, cioè la produzione è distribuita su più aziende terziste (che talvolta sono fornitrici di più marchi).
Addirittuta nel 2018, quando già era chiaro che nel mondo il modello prodiottivo usato a Santeramo era bello e superato, nel contratto di sviluppo finanziato da Governo e Regioni, si ipotizzava “il nuovo sito di Iesce 3 in provincia di Bari”.
La produzione “stellare” è una delle caratteristiche delle aree di specializzazione produttiva (nell’imbottito con Matera-Santeramo-Altamura ci sono la Brianza, Forlì-Cesena e Quarrata nel pistoiese). Aree – le altre – che, pur subendo la cirsi generale del settore, hanno preso la strada dell’innovazione con più velocità e convinzione di quanto avvenuto a Santeramo.
Da innovatore (la progettazione delle sedute – l’unità di misura degli imbottiti – in modo tale che ogni container ne potesse ospitare 18, livello a cui mai nessuno era arrivato in precdeneza “perché non spediamo aria” con la funzionalizzazione degli spazi del contenitori per evitare sprechi, è nei manuali di economia industriale), Natuzzi negli anni con l’idea distorta di poter dare le carte a tutti e decidere per tutti, si è trasformato in loser (solo così si spiega l’uscita del figliolo italo-americano 36enne Pasquale jr che ha invitato la segretaria del Pd che chiedeva il ritiro del piano industriale ad accomodarsi su una scatola di ricci di mare).
Il piano presentato ai sindacati, oltre a continuare a usare ammortizzatori sociali (già impiegati da oltre 20 anni) senza che nessuno abbia inteso la possibile esistenza della parola fine, contiene una serie di vaticini il cui compimento è piuttosto aleatorio.
A fronte di chiusure e di riduzione del personale (si sussurra di 800 realistici esuberi!) l’obiettivo di tornare all’utile nel 2028 pare essere conseguibile solo attraverso i tagli giacchè gli investimenti di 53 milioni totali previsti per “lo sviluppo rete retail (negozi e distribuzione), ricerca e innovazione, marketing e fiere, digitalizzazione e formazione e rafforzamento degli stabilimenti”, non paiono possano dare i loro frutti tali da riportare l’utile nel 2028.
