Futuro
Unibas, 30 milioni che offendono il 78% degli universitari lucani che lascia la Basilicata
(Foto di Tony Vece)
Il quotidiano La Nuova Basilicata ha pubblicato nei giorni un testo con ampie virgolette di uno degli undici pro-rettori dell’Unibas Elena Esposito che ci ricorda – commentando uno studio dell’Ance (Associazione Nazionale Costruttori Edili) che ha riferito come il 78% degli universitari lucani ha scelto altre regioni per gli studi – che l’Unibas fa risparmiare alle famiglie lucane ben 30 milioni di euro e che genera un impatto economico pari a 55 milioni di euro.
Il 78% di ragazzi che scelgono (e scelgono – se lo possono fare e le famiglie se lo possono permettere – ciò che interessa ovunque esso sia) di andare a studiare in altre regioni e che ben difficilmente torneranno o ne torneranno in misura molto inferiore a quanti sono andati via, non può essere liquidato con tale sufficienza.
Perchè 30 milioni è un numero buttato a caso.
Perché “quel 70% che non paga le tasse all’Unibas” non le pagherebbe, Isee alla mano, in nessun’altra università.
Perché l’impatto di 55 milioni di spesa diretta sull’economia regionale è un numero come un altro che non vale molto, soprattutto perchè se il conto economico 2024 dell’Unibas si è chiuso con costi per 74,1 milioni (+8.7 milioni rispetto al 2023) e di questi quelli del personale ne assorbono 45 (+5,3 milioni in più rispetto al 2023) e la gestione corrente 19 milioni (due milioni in più rispetto al 2023) e siccome c’è in economia – particolare del tutto trascurabile – una cosa che si chiama moltiplicatore, si può arguire che i 55 milioni sono perfino un po’ pochi.
Giusto per completare l’esame del conto economico Unibas, guardando il lato dei ricavi, di 61,8 mlioni sono contributi, 43 arrivano dallo Stato (+0,9 mln rispetto ale 2023), 15 dalla Regione Basilicata (+4,2 mln rispetto al 2023), mentre i proventi propri sommano 14,8 milioni (+4,1 mln sul 2023), di questi 9,7 proventi da ricerche con finanziamenti competitivi (cioè bandi pubblici) e 4,4 milioni proventi della didattica (cioè le tasse degli studenti).
Al netto di imposte, rettifiche & co. il conto economico Unibas 2024 ha chiuso con un risultato positivo di 391mila euro.
Tutto questo argomentare alle sorti e al futuro incerto della Basilicata importa poco o niente, ma serve solo per ricordare che le aspettative erano altre più che la sequela di fondi classifica inanellati, peraltro dopo i primi anni affidati alla guida del mai sufficientemente lodato Cosimo Damiano Fonseca che lasciavano immaginare tutt’altro per il posizionamento internazionale e la centralità conquistata in molte discipline (indimenticabile un convegno sulla Storia dell’Alimentazione al quale partecipò il gotha mondiale della storia sociale e i cui esiti sono stati al centro della discussione accademica per anni).
Piuttosto ci si dovrebbe interrogare come mai da anni si è imboccata la via dei numeri negativi mentre università di simile storia dopo anche periodi di difficoltà hanno ripreso a crescere.
Il confronto con l’Università del Molise, regione con metà degli abitanti rispetto alla Basilicata, e con l’Università di Foggia (la cui provincia non solo confina, è in osmosi con pezzi della Basilicata, e ha una dimensione demografica simile) alimenterebbe molte domande.
Chi resta e chi se ne va
Qui però interessa soprattutto il futuro di questa terra e dei suoi giovani. E quindi questa occasione è utile per approfondire e capire il fenomeno.
Facciamo un passo indiestro e vediamo cosa dice lo studio dell’Ance (Osservatorio Ance Gennaio 2026, pagg. 68-69)?
In Basilicata il 78% degli studenti universitari risulta immatricolato fuori regione, a cui segue la Valle d’Aosta (73%) e il Molise (63%).

E’ tuttavia necessario entrare nei numeri (ministero dell’Università e della Ricerca, dati aggiornati all’anno accademico 2024/2025; dal punto 3) per provare a capire come si arriva al 78%
- L’Ance: il 78% degli studenti lucani immatricolati studia in un’altra regione
- La media italiana è il 24%, cioè la Basilicata ha un valore 3,2 volte superiore alla media nazionale
- Gli studenti lucani iscritti alle Università Italiane sono 22.515
- Gli studenti lucani immatricolati in altre regioni sono 16.993
- Gli studenti immatricolati in Basilicata sono 6.063
- Gli studenti lucani immatricolati in Basilicata sono 3.464
- Gli studenti di altre regioni immatricolati in Basilicata sono 2.599
- Gli studenti immatricolati all’Unibas sono 5.522
- Gli studenti immatricolati in Basilicata a corsi di laurea diversi da quelli dell’Unibas (p.e. corsi sanitari Unicatt) sono 541
Come si vede le cose sono un po’ diverse e i numeri più complessi e riservano molte sorprese, non tutte necessariamente negative.
Gli expat
Quella degli universitari non è una diaspora con un’unica trama e si dissemina in 57 province di tutte le regioni (esclusa la Valle d’Aosta).
Anzitutto c’è un pattern territoriale. Potenza è attratta dalla direttrice Salerno-Napoli-Roma (quest’ultima, prima destinazione, ha superato la tradizionale fede napoletana) che vale il 36,5% di tutto il movimento, Matera è calamitata (e vedremo dopo calamita) da Bari: il 31,9% degli studenti del materano sceglie i corsi baresi e cede al fascino della Capitale.
Tra le destinazioni ci sono sedi storiche, ma anche “new entry” come Chieti (vale il 2,6% per Matera e il 4,1% per Potenza, cioè 525 studenti). Chieti è stata statalizzata nel 1982, stesso anno di fondazione dell’Unibas.
Le destinazioni sono 55 per la provincia di Potenza e 42 per quella di Matera.
E’ una diaspora di genere: sono le donne che vanno via in maggioranza. Per la verità sono le ragazze le protagoniste di tutta la vicenda universitaria regionale: sia quelle che vanno a studiare “fuori”, sia quelle che restano.
I numeri sono impressionanti: il 60% degli expat (quasi il 62% nel potentino e il 56% nel materano) è donna.
Le ragazze scelgono anche le destinazioni più lontane (Palermo, Enna, Cagliari: sedi con zero maschi!)
Chi arriva
Non si parte solo dalla Basilicata. Il 42,9% degli studenti tra i banchi in Basilicata risiede in province diverse da quella di residenza.
Ai corsi “made in Basilicata” nell’anno accademico erano iscritti 2.599 studenti non residenti in Basilicata.
In provincia di Matera addirittura gli studenti non residenti nella provincia sono in maggioranza: il 30,3% degli studenti viene della provincia di Bari (in stragrande maggioranza donne) e solo il 24,5% dal materano anche in questo caso in gran parte ragazze).
Il fenomeno ha dimensioni più ridotte anche come diffusione territoriale: a Matera sono 10 le province di partenza a Potenza sono 12.
Minima è invece la presenza internazionale: 38 studenti (20 a Matera e 18 a Potenza).
Torniamo ora al prezioso articolo della Nuova.
Cominciamo dai 30 milioni di euro risparmiati dalle famiglie i cui figli non prendono la via della diaspora universitaria.
Anche in questo caso, come per i 55 milioni di generosa spesa diretta, il dato è sottostimato e anche di molto. Quindi è stato buttato lì nella quasi certezza che nessuno lo avrebbe approfondito.
Facendo una stima non per difetto, ma per difettissimo, i 30 milioni risparmiati significano poco più di 10mila euro all’anno per studente non espariato.
Come si può immaginare con 855 euro al mese (tanto viene) non si va da nessuna parte (e non solo a Milano!).
Naturalmente si ringrazia per il risparmio perchè come diceva Adam Smith “Tutto il denaro è una questione di fede” e dunque quando non c’è appiglio alla ragione ci si affida, anche per cose terrene, alla fede (“Certezza di cose che si sperano, dimostrazione di realtà che non si vedono”, Lettera agli Ebrei 11:1).
La stessa fede che, essendo relazione di amicizia e fiducia con Dio il quale ci lascia liberi anche di sbagliare, impone di calcolare quanto spendono le “fortunatissime” famiglie del 78% degli expat: anche questo costo calcolato per difetto in 200 milioni all’anno.
Quasi sette volte il risparmio che la Prof proclama essere stato permesso a chi è restato a casa.
E non è quello che interesserebbe una comunità che questa università l’ha voluta dopo il terremoto del 1980 proprio perchè aveva capito che la diaspora dei giovani l’avrebbe impoverita e resa marginale e vulnerabile.
Non per dare palchetti, stipendi e carriere a molti che fanno i turisti pochi giorni al mese, ma per costruire un futuro a un territorio che, invece, vede come tragico destino – complice una vacua classe dirigente – l’irrilevanza.
Così come i proclamati 55 milioni di “impatto sul sistema economico regionale” rappresentano lo 0,34% del Pil.
Cioè sono irrilevanti.
